giovedì 9 dicembre 2010

Intervista a Deborah Pezzuto, New York

DA TRE METRI SOPRA IL CIELO
di Cinzia Colazzo

Deborah, hai più o meno 140 caratteri per dirci qualcosa di te.
- Sono italiana, nata a Brindisi; vivo a New York da tre anni. Mi sono sposata qui a NY e ho una bellissima bambina. Sono una persona solare, pragmatica e diretta. Amo la vita e amo circondarmi di amici di qualunque origine. Sono una persona senza pregiudizi e non amo il pettegolezzo. Amo vivere in città enormi.

Raccontaci i tuoi primi mesi all’estero.
- Durissimi. Lontana dalle mie sicurezze e immersa in una città enorme dove tutti sembravano veloci e indifferenti. Mi mancavano gli amici e la famiglia. Ho sempre vissuto lontano dalla mia famiglia essendo nata al sud e stata in tre città del nord, ma cambiare paese è una cosa diversa. Tutto mi sembrava lontano e ostile. Abbiamo fatto un corso di Interculture dove ci è stato detto che è dimostrato: il primo periodo che vivi all’estero ti sembra difficile, ma poi cambia tutto. Dopo sei mesi andava meglio con la lingua e avevo già iniziato ad avere delle amicizie. Dopo un anno ero già innamorata di NY.

Com’era Deborah prima di emigrare? Più spensierata, più immatura, più italiana?
- Più italiana e meno possibilista. Vivere all’estero ti pone di fronte a mille situazioni nuove e inaspettate e di fronte alla possibilità di crescere. Sono sempre stata una persona molto matura e dotata di buon senso, ma quando sono arrivata a NY è cambiata la mia visione della vita e questo mi ha fatto diventare ancora più forte. Certamente prima di emigrare ero meno sicura di me.

Riconosci un vizio e una virtù che ti porti dietro dall’Italia…
- Come virtù sicuramente l’allegria tipica degli Italiani intesa come capacità di sdrammatizzare. Come vizio  - ma ora grazie a questo Paese sono riuscita a superarlo - il fatto di pensare che alcune cose fossero impossibili da realizzare. Qui si pensa sempre che i sogni si possano realizzare, mentre in Italia ti insegnano a non illuderti: e così cambiano poche cose.

Qual è la virtù dei forti?
- Sicurezza in se stessi. Ambizione positiva e giusta. Determinazione e curiosità per il diverso.

Che libri leggevi da bambina?
- Libri di favole e fantasia. Mia madre voleva che mi si sviluppasse la parte sinistra del cervello e così mi riempiva di libri di favole e arte.

La bambina che eri ha realizzato i suoi sogni?
- Assolutamente sì. Sono sposata con una persona bellissima. Ho una bambina che amo più di ogni altra cosa. Vivo nella città dei miei sogni e ho vicino amici che adoro.

Che lavoro fai attualmente?
- Freelance come Advertising Media Director a NY.

Qual è il peggior difetto di New York?
- Rumorosa.

Qual è il peggior male dell’Italia?
- Basso tasso di natalità. Paese troppo anziano e quindi statico.

Quali sono i problemi sociali più evidenti a New York?

- Sicuramente la mancanza di lavoro per molte persone in questo momento. E poi ci sono tante donne messicane giovani con molti figli e senza lavoro o con lavori umili. Infatti molte adozioni sono di bambini messicani.


Quanti italiani ci sono nella tua comunità di amici?
- Tre che vivono qui da trent’anni. Sono poco italiani!

Racconta l’angolo che più ami di New York, il tuo locale preferito, cosa vedi dalla tua finestra.

- Bryant Park durante la primavera pieno di fiori e di persone che si sdraiano sul prato circondati da grattacieli e tutt’attorno il profumo dell’erba.
- Un locale nell’east village dove si fondono culture musicali e gastronomiche diversissime.
- Vedo grattacieli e vedo il colore azzurro del cielo di una città piena di luce sebbene tutto si sviluppi in altezza.

 
top of the rock - dimmi se qui non si sogna
  

Cosa guardi in TV?
- Non la guardo.

Cosa esporteresti dagli USA nel mondo (da prodotti a idee)?
- Dagli USA esporterei i servizi. Qui si può fare tutto. Tutto è possibile e c’è sicuramente un servizio per te: da day care a dog sitter a qualunque ora, a albergo per riposarsi solo 30 minuti, a food delivery 24 hours, matrimonio veloce e non costoso, personal trainer a tutte le ore, palestre nei building e così via.

E qualcosa di tipicamente americano?
- Hamburger! Non quello di McDonald’s ma quello vero americano. Buonissimo.

Leggo su un magazine: “Solo negli USA un esame per l’immigrazione a un italiano lo fa un cinese”. Diresti che è questa la peculiarità della società in cui vivi?
- Sì, qui tutti sono uguali.

Tu come hai ottenuto la Green card?
- Ho un Visa per lavoro.

Qual è la più grande menzogna sugli USA? E il più falso cliché su NY?
- Che non capiscono nulla di cucina. Again che è una città dove si mangia male ma non è vero.

Quando hai voglia di qualcosa di speciale, cosa fai o mangi o come festeggi a NY?
- Cupcake.

Cosa ti ha portato il 2010?
- La mia bambina bellissima.

Cosa speri per il 2011?
- Che migliori la situazione economica.

Dai un colore ai tuoi prossimi 10 anni.
- Blu.

Cosa pensi dell’amore?
- Che è il motore della vita.

Qual è la domanda che un intervistatore dovrebbe assolutamente farti?
- Perché hai deciso di lasciare il tuo paese di origine.
Allora te la faccio! Cosa mi rispondi?
- Perché volevo avere la possibilità di sognare. Volevo realizzare i miei sogni. Abbiamo avuto la possibilità di trasferirci qui per lavoro e l’abbiamo colta al volo. L’America è ancora il paese che si immagina. Quello dove puoi realizzare i sogni. Dove la gente lavora ma sempre in modo positivo e costruttivo. NY è piena di giovani, la città pulsa e dà energia. L’Italia sta attraversando un periodo passivo e privo di energia. Non amo le discriminazioni e a NY si vive senza differenze.

In quale film vorresti vivere?
- “Nuovo cinema paradiso” (Tornatore) e “Alla ricerca della felicità” (Gabriele Muccino). Mix di culture.

Cosa pensi quando ti svegli?
- Alle cose che devo fare. Ho sempre energia.

Cosa pensi del tuo corpo?
- Snello. Semplice.

Qual è l’ultimo acquisto folle che hai fatto?
- Poncho di uno stilista emergente americano.

Pensi di essere fortunata?
- Penso che non esista la fortuna ma che sia normale avere dei momenti difficili e imparare a superarli.

Molti giovani italiani considerano New York un mito. Come si fa ad arrivarci? Quali settori offrono la possibilità di inserirsi velocemente e di ottenere un Visa?
- In questo momento è difficile. Si deve partire già dall’Italia con un VISA e quindi con un’azienda che ti mandi qui. Conosco però molti medici che sono venuti a fare la specializzazione e poi sono entrati negli ospedali americani. Un’altra idea è venire qui ad aprire qualcosa di tipico.

È passata una stella cadente: esprimi un desiderio ad alta voce!
- Pensato ma se è un desiderio, non posso dirlo a nessuno!

Grazie Deborah.
- Complimenti a te, mi sono divertita a dare le risposte, e poi mi hai dato la possibilità di riflettere su alcune cose.

giovedì 2 dicembre 2010

Dafne Perticarini intervista Cinzia

Fonte: http://redheadideas.blogspot.com/2010/12/intervista-come-superamento-del-social.html

Da una email:
Intravvedere una persona da piccole fessure, spaccature sul suo vissuto è un'esperienza emozionante e misteriosa.
Io ho avuto sempre la passione di intrufolarmi nei posti abbandonati, con dietro il mio compagno che mi tira per la manica.
Quando vedo una casa abbandonata, incustodita, mi scatta qualcosa in testa, e non riesco a fermarmi. È da anni che cerco qualcuno che faccia esplorazione urbana dalle mie parti.
Ecco: tu mi hai dato gli stessi brividi di trovare una casa sconosciuta, e ancora arredata, con qua e là oggetti di uso quotidiano, che aprono un mondo su abutidini e usi di chi ci viveva.
Dafne

Intervista come superamento del social network

PREMESSA:
Lei ha intervistato me, io lei. Ci siamo viste una sola volta ad Ancona.
Domande per Cinzia:

1- Descrivici il tuo ora.
Al computer, rispondendo alle tue domande.

2- Cosa vuol dire, per te, essere un’italiana all’estero?
Non sono più un’italiana all’estero e non sono ancora un’italiana rientrata. In generale, quando si va via per qualche anno, si diventa sensibili al terreno, si sta scomodi ovunque: le radici sono affare delicato. Devo dire però che verso certi difetti dell’Italia sono diventata più tollerante, perché ora nel bilancio pesa molto una grande dote del nostro stile di comunicazione che è la simpatia umana: mi riferisco a quelle quotidiane micro-conversazioni, quegli scambi fugaci ma luminosi (dal giornalaio, con la barista) che salvano la giornata.

3- Come veniamo percepiti oggi?
Il governo attuale ci ha fatto diventare una barzelletta. In Germania adorano lo stile italiano, ma non riescono a capire perché ci siamo dotati volontariamente di una persona così imbarazzante.

4- Cosa ti manca di Berlino?
Mi mancano sicuramente i miei amici. E le sfide che la città mi ha lanciato: la lingua; la mentalità “verde”; l’atteggiamento pedagogico. Mi mancano le atmosfere: le candele, i boschi innevati, i canti infantili. Mi manca il Mauerpark, dove la domenica si andava per bancarelle vintage. Mi manca la birra del martedì con il mio compagno di corso-tandem. Mi mancano i cinema all’aperto nei parchi con le sedie a sdraio e le coperte di lana. I bar sulla Sprea. Le romantiche feste per bambini. Fare la spesa alle 23.50 e tornare con la metropolitana alle 3 di notte. La Philharmonie. Mi manca la frequentazione di certi temi, come il bilinguismo. Devo continuare?
Ma c’è una parte della cultura tedesca, una certa durezza, pesantezza, che mi inquieta. E la luce lì non è mai forte, gialla. Io sono profondamente italiana. Noi emigranti possiamo sempre solo essere ospiti. Si vive all’estero come spostati da un centro, fuori di sé. Almeno sinché non si decide fermamente: “Questo ora è il mio paese”.

5- Torneresti all’estero definitivamente?
Dipende da quale paese estero. E comunque avrei sempre bisogno di tornare per qualche periodo. Dipende dall’amore: se ci fosse una proposta fermissima... Dipende dal lavoro: se ci fosse la possibilità di diventare brava in un mestiere... Mi mancherebbe moltissimo la mia lingua. In Italia però trovo difficile poter adottare lo stile che si vuole: le spinte al conformarsi sono fortissime. Mi arrabbio con l’Italia che mi tiene a terra, mi fa tornare figlia: un motore da corsa tenuto in folle; mi arrabbio con l’Italia che mi fa essere una madre debole; e so che a Berlino avrei maggiori spazi per la conciliazione, modelli alternativi (le WG, ad esempio) ampiamente praticati. Il conflitto è grande, ma sai cosa ti dico? In tempo di rivoluzione culturale (e noi ci siamo in pieno, sono sicura), non conta “andare” o “restare”, ma trasformare se stessi.  [Ottima risposta, ndD]

6- Come vedevi l’Italia da fuori?
Non la vedevo più, per questo mi mancava. Per un italiano all’estero molta nostalgia si agglomera nei fattori-cliché: il cibo, il clima.

7- Come spiegheresti ad un uomo la maternità?
Domanda difficile! Dipende da che tipo di uomo è. Alcuni uomini hanno una prospettiva già genitoriale (per dirla alla Erikson): si preoccupano per le nuove generazioni. Altri sono molto concentrati su se stessi. Se per maternità intendi il periodo di gravidanza, non ci provo neanche a spiegarlo: e del resto alcune cose devono rimanere misteriose… Le donne in gravidanza sono spesso noiosissime, e hanno ragione perché il corpo assorbe ogni energia, anche mentale (diminuisce la memoria, ad esempio); ma trovo adeguate quelle donne che non rinunciano a ciò che facevano prima (sottolineo questo perché in alcuni contesti in Italia c’è una mentalità per cui le donne incinte sono considerate malate); e trovo tenerissimi gli uomini che adorano la donna gravida, sviluppando un senso di protezione verso il mistero che avviene nel corpo femminile. Mi dispiace sentire i discorsi di molte coppie che si preparano ad avere un figlio cercando di collocarlo in qualche spazio rimasto disponibile. Un figlio non vuole uno spazio nel quadro, ma una ristrutturazione generale della composizione! Questa ridefinizione è un momento fondamentale per la famiglia e molto spesso è la società stessa, che pur sembra gradire le nascite, ad impedire ai genitori di godersi l’arrivo del nuovo componente.

8- Quant’è importante la tua indipendenza?
Era fondamentale. Ora anche questo bisogno è stato messo in relazione alle situazioni: sono diventata molto flessibile. Ci sono periodi della vita in cui bisogna imparare l’autonomia; altri in cui siamo costretti a domare l’orgoglio. In generale, nessun principio può essere più forte della vita stessa!

9- Che tipo d’umorismo pensi d’avere?
Nessuno! Invidio chi ne è dotato: è una forma di intelligenza di livello superiore che richiede, fra l’altro, allenamento. [Soprattutto per calibrare i tempi comici, fondamentali, ndD]

10- Hai mai fatto lavori che consideravi umili?
No. Ho solo lavorato come cameriera in un ristorante italiano a Lille nei mesi di stage. Ho fatto piuttosto lavori “umilianti”, come certe volte è accompagnare cantanti lirici al pianoforte, quando questi si sentono vicini alla condizione di dei…

11- Cosa cerchi nel lavoro?
Sentirmi brava; sfide intellettuali; riconoscimento; passione che compensa gli sforzi; mantenimento della libertà personale (ho considerato una limitazione fortissima il fatto di non poter partecipare al matrimonio di un’amica fiorentina e al funerale di mio nonno, l’ultimo che mi era rimasto, perché dovevo lavorare!). Mi dà amarezza che tutto sia diventato “evento” e che la nostra generazione debba “inventarsi” lavori; è abnorme il peso dato oggi alla comunicazione e alla vendita. Al momento non capisco che cosa voglia da me la società. Credo che noi siamo una generazione-cerniera che avrà il suo valore nella resilienza: nel piegarsi senza spezzarsi. Dobbiamo smetterla di guardare indietro ai cartoni e alle canzoni anni ’80: avanti c’è molto da fare.

12- E nella coppia?
Cosa cerco nella coppia? Due persone che decidono di avere un certo sguardo uno per l’altra dovrebbero essere “alla pari” e avere la stessa idea di vita insieme e di futuro (compresa l’educazione dei figli). Per me sarebbe difficile vivere con una persona estremamente pessimista, con una persona che non tenesse alla vita sociale o che preferisse la televisione ad un concerto o una passeggiata fuori; che non amasse le spaghettate la sera tardi con gli amici; che non capisse il mio bisogno di natura e di avventura. In generale, è importante trovare una persona che ti “veda” per quello che sei, che non voglia che tu sia diversa o che ti adegui, che veda in te la bambina e come questa bambina può essere felice; che veda in te la donna e come questa donna può essere corteggiata. Il mio bisogno di libertà, di essere come sono, è così importante che alla fine ho scelto sempre uomini deboli, che per il loro individualismo non potevano tenere particolarmente a me: ma almeno non erano opprimenti. Ora che sono cresciuta vorrei trovare, semplicemente, un amore grande: il resto viene da sé, quando due persone sono mature e hanno deposto i complessi e le complicazioni.  [Acquario, vero?eheheh…, ndD]

13- Come vuoi che ti ricordino i tuoi figli, diciamo tra vent’anni?
Sorridente. Sognatrice ma presente. Forte. Disordinata! Per i miei figli io sono come sono, senza maschere. Dare l’esempio vuol dire mostrarsi per quello che si è monitorandosi in continuazione.

14- Cosa non dovrebbe mai fare un amico che si consideri tale per te?
Non lo so. Ho amici eccezionali: sono la bellezza risplendente della vita.

15- Ti ricordi una poesia che hai imparato nell’età scolare?
Versi sparsi. Gli incipit. La sensibilità verso la poesia è venuta con l’adolescenza. Con Genova e i suoi poeti.

16- E un gioco che facevi?
Campana. Tombola la vigilia di Natale. A carte con mio nonno. [Voto per a carte con nonno! Casa delle mie zie era una bisca clandestina per pensionate!!, ndD]

17- Come pensi che gli altri ti percepiscano?
Ognuno in modo diverso. Snob; competente; meridionale; assolutamente goliardica… ma sicuramente non arrogante, sempre gentile. Non sono una persona semplice nei gusti (dalla tavola alla musica) e questo viene percepito negativamente. Ma tutto passa dentro, no?, e come non metto in bocca cibo scadente, così non scelgo parole brutte ed evito luoghi rumorosi o deprimenti.

18- Consigliaci un libro…
Non so, dipende dai destinatari del consiglio… Posso dirti che per i miei figli, oltre ad aver scritto un diario dei primi anni, ho messo da parte due miei libri che riceveranno quando saranno più grandi: “L’isola di Arturo” di Elsa Morante per lui e “Una donna” di Sibilla Aleramo per lei. [Bella idea, a me sarebbe piaciuto ricevere una cosa del genere, ndD]

19- … e una canzone.
Con la musica ho un’esperienza fluida, mi sta in testa tutto il giorno e mi fa canticchiare arie d’opera persino in pubblico. Ogni tanto qualche amico, provando pietà per me, mi introduce a canzoni contemporanee. Una di queste è “Every Day is like Sunday”! [Di chi è? Adesso la cerco, ndD]

20- Cosa ti appassiona?
Scrivere è il mio vizio. Da un po’ ho in mente una storia e vorrei scriverla. Difficilmente però i miei incipit passano l’esame dell’autocritica. Il mio criterio è pormi la domanda: Cosa ne penserebbe Carlo Levi? A quel punto chiudo il quadernetto e smetto. Comunque questa storia è interessante. La protagonista si chiama Sara Cena e fa la guida turistica per italiani a Berlino. Attraverso un’amica arriva nello studio di una chiaroveggente che le svela molti dettagli del suo passato, per esempio che oltre lei e la gemella nella pancia c’era una terza bambina deceduta alla quinta settimana, la cui morte senza traccia ha dato alle due sopravvissute un fardello di senso di colpa e un rifiuto della felicità; o, ancora, che suo padre aveva tradito la madre; e che nel suo cuore c’era del vecchio risentimento per una storia passata. Sara esce impressionata dal primo incontro e succede che torna ancora varie volte. Nel corso di una seduta la chiaroveggente le rivela che in futuro incontrerà tre uomini: un ragazzo più giovane di lei, italo-tedesco, alto 1,70, castano e bello; un italiano, papà di due bambini, solare e buono, con un matrimonio in crisi destinato a finire (ma avverte Sara che non dovrà essere lei a spingere per accelerarne la fine); e un ritrovato amico italiano di vecchia data con cui ci sarebbe stato un sentimento molto forte. La chiaroveggente le predice che uno di questi uomini sarà l’uomo della sua vita, per sempre. Sara è scettica; ma nel giro di pochi mesi incontra veramente tre uomini che corrispondono in pieno alla descrizione. Qui intervengono dubbi: il destino era segnato o è stata lei, sotto l’influenza della predizione, a cercare che proprio quegli incontri si avverassero? In ogni caso, si ritrova a gestire tre storie d’amore e d’amicizia contemporaneamente e in città diverse, il che richiede sforzi di coordinazione. Sinché non si rende conto che la felicità sta nel sapere che comunque uno dei tre sarà il suo uomo: cioè nell’avere a disposizione la definizione di uno spazio di futuro visibile ad occhio nudo.

21- Una storia autobiografica?
Passo! [Ehehehe…, ndD]

Grazie.
A te!

sabato 20 novembre 2010

Intervista a Dafne Perticarini

DA RAGAZZA-LIDL A TESTAROSSA 
di Cinzia Colazzo

Dafne, hai 20 parole per dirci qualcosa di te.
- Ho un gran naso, che mi ha costretta a capire e accettare una cosa fondamentale di me stessa: non sono una persona che può permettersi di stare in seconda fila, passando inosservata (dodici di troppo, sorry)

A chi devi questo nome? Ti si addice abbastanza?
- A mio padre, che ama la storia antica, e la mitologia ad essa legata. Per molto tempo non l’ho accettato. Poi, quando sono approdata al mondo che sento mio, quello della musica, e ho visto che molti erano costretti ad inventarsi un nome graffiante, mi sono accorta di esserne già provvista.

A che punto sei della tua vita? Hai compiuto 30 anni...
- Alla svolta: il cambio di lavoro. Lavoro, che intendo come realizzazione del proprio essere e palestra costante per le proprie capacità, non come mero mezzo di sostentamento.

Raccontaci un’esperienza all’estero particolarmente significativa.
- USA 2008: il primo viaggio da sola, all’estero, con poco inglese, imparato da me. È stata una tappa fondamentale della mia crescita, che mi ha fatto conoscere la città dove spero capiterò spesso in futuro: San Francisco. Al momento sto cercando di creare una rete per esportare lì i prodotti della mia Regione, le Marche.


Confessa un vizio che ti porti dietro da quando eri bambina...
- Allacciare le scarpe con il doppio nodo, sempre.

… e una paura che ti porti dietro dall’infanzia.
- Del buio. Comincio ad affrontarlo: spesso lo cerco; ma nei momenti di debolezza lo rifuggo.

La bambina che eri ha realizzato i suoi sogni?
- Non aveva sogni quella bambina. La ragazza di 24 anni che ero li sta realizzando.

Secondo te quale messaggio alle bambine si nasconde nella fiaba di Pollicina?
- Io conosco quella di Pollicino, non so se è la stessa. Se sì, il messaggio è chiaro: non fidatevi dei vostri genitori, perché sono degli adulti qualunque, e non appendici vostre.

Che lavoro fai attualmente?
- Per ancora due settimane, lavoro al Lidl. Mi sono licenziata! Di solito ci metto molto a prendere una decisione. Comunque quando la prendo, è sempre il momento giusto. Forse stavolta avrei dovuto aspettare di avere in mano qualcosa di concreto… ma non ho paura.

Esiste una tipica ragazza Lidl?
- Sì, anche se, per fortuna, le persone che lavorano con me non rispettano questo stereotipo. La lavoratrice tipo è affascinata dalla grandezza della multinazionale, abituata com’è alle piccole realtà della nostra regione, spesso a conduzione familiare. Questo la porta a sviluppare una forte fedeltà all’azienda, a lamentarsi spesso, ma confusamente, senza far valere i propri diritti. È ignorante, non tanto per la carenza della sua istruzione, ma per come sente e legge la quotidianità che vive. Grande lavoratrice.

Come ci sei finita al Lidl?
- Per necessità: convivo dal 2001. Ho sempre accettato i lavori che sono venuti, anche se poi a casa mi veniva da piangere per l’umiliazione e la stanchezza: mi dicevo che dovevo fare qualcosa che mi piacesse. Ma soprattutto piangevo per rabbia: non meritavo quella vita! Al Lidl in particolare mi fa male l’ottusità di molta gente che viene a farci la spesa… 

A parte licenziarsi, esistono altri modi per dire no al senso di umiliazione?
- Sì, e lo sto sperimentando: comunicare ad altri la mia esperienza per capirla meglio, ad esempio scrivendone. Penso inoltre che si debba trovare il modo di educare il cliente: spesso sento attorno a me un’atmosfera da far west…

Se ti venisse fornito il numero di cellulare del Ministro del Lavoro, quale sms gli manderesti?
- Potrei dire molte cose, ma risulterebbero tutte grandi banalità petulanti. Non penso che bisogna essere dei braccianti per sviluppare dell’empatia rispetto alle esigenze dei lavoratori. Non cercherei comunque un dialogo con chi, facendo parte di un sistema corrotto e autoreferenziale, non ha nessun desiderio di averlo.

Ai politici e ai sociologi che definiscono i trentenni “bamboccioni” cosa rispondi?
- Io non vivo con i miei e mi mantengo da quando avevo diciotto anni. La mia generazione, in larga parte, mi mette in imbarazzo.

Qual è il peggior male dell’Italia?
- La tendenza a lamentarsi, senza agire, credendo che prima di ogni cambiamento sia necessario un lungo periodo di preparazione. L’ammirare l’applicazione delle regole quando si sta all’estero, mantenendo un atteggiamento mafioso in patria, dove ogni regolamento va aggirato, anche se si tratta di fare la fila allo sportello delle Poste. Il vivere ancora di rendita, vagheggiando un glorioso passato, che sia remoto o prossimo, senza fare nulla per cambiare il presente.
Io non mi sono mai sentita italiana negli atteggiamenti, ma solo per nascita, e questo mi è sempre stato fatto duramente notare.

Secondo te la nostalgia è una brutta idea?

- Lo vedrò, credo, come un periodo critico ma di grandi occasioni, in cui la presa di coscienza su tanti temi si è allargata ad un pubblico più vasto. Dove cattolici parlano ad alta voce di preti pedofili e il consulente della tua banca può accennare al documentario Zeitgeist che parla della truffa dietro al denaro. Sperando che sia il momento storico in cui abbiamo toccato il fondo, per risalire di nuovo.

Ritorno dal futuro: cosa penserai fra vent’anni guardando indietro a questo periodo?

- È una trappola che ti allontana dal vivere il momento presente. Come altre dipendenze, è un mezzo per non affrontare la vita, se ricorre costantemente.

È più vizioso chi spera o chi dispera?
- Chi dispera, perché usa questa conclusione per sostare nelle proprie debolezze.

Dai un colore ai tuoi 16 anni.
-Il blu scuro, che indossavo spesso.

Dai un colore al momento attuale.
-Il rosso dei miei capelli, come consapevolezza profonda di me stessa.

Dai un colore ai tuoi prossimi 10 anni.
- L’azzurro dell’Oceano Pacifico.

Cosa pensi dell’amore?
- Che se ne parla troppo. Io lo vivo e non ne parlo. Farlo è come discutere di responsabilità e bollette con degli adolescenti: spesso frustrante.

Qual è la domanda che un intervistatore dovrebbe assolutamente farti?
- Sei felice? Sì. Perché? Perché sono qui, o lì, è uguale.

In quale film vorresti vivere?
- Più che altro nei video musicali, per vivere le varie fasi del rock.

L’errore più grande commesso dai tuoi genitori.…
- Come accade a molti, di vivere senza consapevolezza, e, nonostante averne pagato le conseguenze sulla pelle, continuare a farlo, senza mai prendere coscienza di sé, dei propri errori e demoni. In due parole: senza crescere.

Cosa fai quando la vita è più dura?
- Ci sono. Arrabbiata, folle, insofferente sempre, ma lucida.

Cosa pensi quando ti svegli?

- Mi chiedo se devo andare al lavoro o se è domenica. Spesso resto qualche secondo senza capire che giorno sia.

Cosa pensi quando vai a letto?
- Di tutto. Ho difficoltà a spegnere il cervello e addormentarmi.

Preghi o imprechi?
- Una volta pregavo, fino a quando non ho capito che è un gesto vigliacco e umiliante. Ora impreco solo, ma sto cercando di smettere!

Cosa pensi del tuo corpo?
- Ci sto facendo la pace, anche se ci sono quei tre difetti precisi che mi danno ancora la convinzione di non poter fare ciò che voglio. Poi interviene il buon senso, mi ricorda che le rughe stanno arrivando e non posso più indugiare in queste paranoie.
  
In tempo di pace, quale pensi sia la battaglia quotidiana?
- Far sì che sia io, sia chi mi sta vicino, mettiamo in pratica ciò che ci proponiamo, e siamo onesti con la nostra natura. Poi la comunicazione chiara e schietta: è una scelta che molti scansano, e porla come condizione comporta sempre una lotta.

Finiamo in sintesi. Dimmi tre parole.
- Red Head Ideas: il nome della mia agenzia di comunicazione. Racchiude tutto ciò che sono e ciò che farò.

Grazie.
- Grazie a te J

domenica 14 novembre 2010

Italia / Germania (maternità)

In Germania mi era stato chiesto se volessi portare i miei figli piccoli sul posto di lavoro (lavoravo allora come traduttrice).

Quando è nata la mia secondogenita, l'ostetrica berlinese che mi assisteva a casa mi ha insegnato a lavarla solo con acqua per le prime settimane. Nella clinica leccese dove è nato il mio primogenito, invece, lavavano la testa ai neonati ogni giorno sin dal primo giorno, oltretutto con lo shampoo Chicco (per niente delicato).

Una buona madre ha innanzitutto una buona educazione alimentare, e sa che indice di progresso è la rinuncia a molti veleni inutili e a cibo mediocre che ottiene riconoscimento solo in virtù delle leggi del marketing. Una buona madre cominica con un buon periodo di allattamento, lungo e tenerissimo.

Una buona madre è anche in parte un buon padre.

Italia / Germania (Stato)

In Germania LO STATO C'È.

Italia / Germania (atteggiamento pedagogico)

Una differenza fondamentale tra Germania e Italia (fra Europa del Nord ed Europa del Sud) sta nell'atteggiamento pedagogico. In generale, per un tedesco di media cultura è chiaro che l'esempio vale più di mille parole. La coerenza è un orizzonte che guida l'azione.
Inoltre, l'atteggiamento pedagogico nella società tedesca è trasversale: non interessa solo la più giovane generazione. Per strada capita spesso di essere fermati da un perfetto sconosciuto che ritiene fondamentale farvi conoscere la sua opinione in merito ad una vostra azione (se avete attraversato fuori delle strisce con un bambino, per esempio; se avete parcheggiato occupando un poco lo spazio per un'altra auto - anche se il passante non ha alcun interesse personale in quel posto) e persino in maniera preventiva (ad esempio se state fumando una sigaretta potrebbe venire qualcuno a ricordarvi di non buttare la cicca per terra).
Se siete straniero in Germania e soffrite di manie di persecuzione, all'inizio potreste sviluppare l'idea che tutti vi stiano guardando, controllandovi e giudicandovi come straniero ineducato.
Ho visto spesso scene di questo genere: mamme turche alla fermata della metropolitana che parlano in turco con i propri figli, ma che ricorrono subito ad un durissimo tedesco se il figlio fa qualcosa che non va (perché gli altri sappiano che lei lo sta riprendendo, che, pur essendo straniera, lo sa educare secondo le regole).

Nel rapporto educativo sono molto differenti le distanze.
In Italia e in Turchia (parlo spesso di turchi perché a Neukölln, quartiere meridionale di Berlino, essi costituiscono una comunità vastissima; ma in realtà descrivo approssimativamente un variegato panorama composto di turchi, curdi e arabi), i genitori allungano la voce sino ai bambini per richiamarli, cioè, in pratica, gridano. L'adulto tedesco, invece, si avvicina al bambino, si piega per mettere lo sguardo alla stessa altezza e spiega le motivazioni del proprio disappunto.
C'è un'altra dimensione della distanza: in Germania i bambini non si toccano. Ho visto molto spesso in Italia maestre d'asilo o di scuola prendere per un braccio i bambini e spostarli, dislocandoli quasi di peso o addirittura strattonandoli. Questo in Germania non si può fare, neppure gentilmente.

Italia / Germania (silenzio)

Mi hanno chiesto quale sia in sintesi la differenza fra Italia e Germania. Difficile indicarne una: e del resto il popolo medio è piccolo ovunque.
Mi verrebbe però da dire che una differenza fondamentale sta nel silenzio. In Italia si è definitivamente rumorosi: lo sono le radio, le tv, i bambini, i telefonini, i discorsi, i treni, e in modo irritante, spesso insostenibile. Per questo ritengo che la mia qualità sia l'essere silenziosa.
Il grado di civiltà di una società può essere correlato al livello di educazione durante i dibattiti pubblici. I francesi e gli italiani sono avvezzi ad interrompersi, a parlare uno sull'altro; non i tedeschi.
Certo, anche il silenzio parla. E il silenzio severo di alcuni sguardi o ghigni teutonici può essere carico (anche di vecchie memorie irrisolte), agghiacciante come l'inverno prussiano.

Civiltà evolute

Il grado di civiltà di una società corrisponde alla disponibilità a rinunciare al consumo. La società tedesca è molto più oculata nell'acquisto e resistente allo sperpero, più modesta nel consumare-per-dimostrare rispetto a quella italiana.

I miei genitori si inquietano perché non compro vestiti nuovi, accetto quelli dismessi di mia sorella, non riempio il frigo, non ho grossi armadi e grosse dispense; compro cappotti di seconda mano per i miei figli, m'oppongo all'attuale spropositato consumo di carne e di latticini; vado in giro con un cellulare rotto.

Consumo però moltissima cultura e spendo per sostenere la mia mobilità (treni, mezzi pubblici, benzina, telefonia mobile). Di certo anche in questo c'è compulsività.

venerdì 12 novembre 2010

Amando senza certezza del rimando

In questo modo amo:
come inventando
l'albero del miele.

* * *

Se amarti è
come cogliere ciliegie
perdersi nelle ioniche pinete
quando a notte il mare
chiude le conchiglie,
tu capisci, bene mio,
che un sol punto di materia
può creare le galassie
e gli alberi del pane
e i rubini sotterranei
s'ogni fibra minerale
della bocca mia e tua
in un bacio fa la sintesi
del mondo.

Dedicate a me

"Tu sei Nettuno"
"Tu sei il numero 1000"

Iacopo, 6 anni

Perle in bocca

Usare sempre le stesse parole con le stesse funzioni comunicative è come mangiare insalata pre-lavata e mais in scatola. Riempiamoci la bocca di creatività!

Un cicchetto al giorno di poesia!

Pensieri di San Martino

Pompei : Italia = elettrogramma piatto : coma

Rai radio 3 : Italia = fiore di De André : letame




Vacillando in zona depressione, è difficile appoggiarsi sulla semplice esistenza, come un palloncino che in virtù dell'aria ha la sua essenza.


L'errore più grande è entrare nel film degli altri. La cosa più difficile è uscire dal proprio film.

giovedì 11 novembre 2010

Buenos Aires

[...]
questa città che io reputai il mio passato,
è l'avvenire mio, il mio presente;
gli anni da me vissuti in Europa sono illusori,
io sono sempre stato (e starò) a Buenos Aires.

Jorge Luis Borges

mercoledì 10 novembre 2010

Il rione

Ma senza rumore e di continuo,
in cose incomunicate, perdute, come sono sempre le cose,
nel gommista col suo striato cielo d'ombra,
nel bacile che raccoglie il primo sole e l'ultimo,
perdura quel fatto servizievole e fraterno,
quella arcana lealtà che la mia parola sta divulgando:
il rione.

Jorge Luis Borges (frammento di Rione Nord)

Borges

Qué importa el tiempo sucesivo si en él
hubo una plenitud, un éxtasis, una tarde.

Cosa importa il tempo che si è susseguito, se in lui
albergò una pienezza, una estasi, una sera.



¡ Qué bien se ve la tarde
desde el fácil sosiego de los bancos!

Come si contempla bene la sera
dal comodo ristoro delle panchine!



La llanura es un dolor probrísimo que persiste.
[...]
¡  Que cansados de perdurar están estos campos! 
La pianura è un dolore elementarissimo e che non ha tregua.
[...]
Son così stanche di perdurare queste zolle!


Como quien vuelve de una pradería yo volví de tu abrazo.
Come chi torni da una prateria tornavo io dal tuo abbraccio.

Jorge Luis Borges (trad. di U. Cianciòlo)

martedì 9 novembre 2010

Quando si torna dove si nasce

Ritorno a questa via, dove son nato
come una luce alla sua stella esplosa.
È questo il mio viaggio, questi
portoni, i due scalini di lavagna, le
facciate alte, scrostrate, con le finestre
cieche, la salita, l'arco che segnava
il confine, giù la mia casa
che aveva la veranda sul cortile di
muschio e rovi attorno a un pozzo, e
il terrazzino azzurro, il pergolato
in bilico sopra gli orti dei nespoli.
Dietro quelle persiane, al terzo piano,
ci fu l'amore, c'era la guerra fuori
i soldati tedeschi ormai allo stremo, in
fuga. Il destino è tornare dove si è nati.
Lo sanno tutti i fiori, i templi, i soli
che sono come noi ancora da alzare
non profetati, e già polvere.

(Genova-Porto Maurizio, 28.IX.1980)

Giuseppe Conte

lunedì 8 novembre 2010

Carta della Terra

Amare la Terra è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza.
«Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch'io, vuol dire che lo sa rifare
altrimenti lo avrebbe già fatto prima»

(Bruno Munari)