mercoledì 21 agosto 2013

Il momento


Il momento è forte e ci prenderemo il tempo necessario. Come per me, anche per i bambini è il risveglio lo stato in cui pungente emerge un senso di distacco e di vuoto, un'incredulità. Nel corso della giornata poi le tante cose da fare e la vasta vita attorno rendono più sensata l'esperienza. Sto bene; la vita berlinese, specialmente in questo quartiere, ha uno stile unico, rilucente in costellazioni di trentenni e quarantenni sicuri e forti sulle loro biciclette e nei tanti bar e atelier, di bambini che esprimono libertà fisica e di movimento. Tutto è grande e assume svariate forme individuali. Mia figlia è molto eccitata e ben disposta, pare provare un gran sollievo nell'essere tornata, perché ancora non si rende conto e presto accadrà. Oggi si è fatta dipingere la bandiera tedesca sul braccio. Mio figlio è immerso in una sgomenta malinconia che per ora lo blocca nella ricerca di una soluzione per tornare indietro. Anche lui si sta prendendo tempo. Durante il viaggio batteva i pugni contro i finestrini chiedendo di poter scendere, dichiarando di voler tornare a Firenze anche a piedi. Ho assistito a una telefonata straziante fra lui e il suo amico di scuola, mio figlio piangeva affranto dichiarandosi in un incubo da cui voleva uscire, il suo compagno cercava di consolarlo con una retorica adulta; ho pianto moltissimo anch'io abbracciando il mio tenero bambino, così fragilmente fedele a ciò che si guadagna il suo amore. La nostra tristezza era di ugual natura. Noi abbiamo ugualmente amato Firenze, anche se era un vasto campo di frustrazione per entrambi. Ancora oggi mio figlio salendo per le scale ha detto "Voglio tornare nella mia casa, la mia casa è a Firenze". Parla della "sua bellissima casa", del suo migliore amico che ha "abbandonato e lasciato solo", dei nonni e delle zie. Io ho detto "La nostra casa profumava di focaccia" - la fragranza si infilava dal forno direttamente nella nostra casa attraverso le scale e i muri innalzandosi alla vista su Fiesole - e sul loro viso ho visto dipingersi un dolore.
Il momento è molto forte e forse nessuno di noi tre lo comprende.

Le prime tre giornate sono trascorse fra l'entusiasmo di ritrovare un certo pane, un certo sciroppo, un certo parco, la biondissima amichetta Marta, gli appartamenti con i Dielen che gemono sotto i piedi, le case di Kreuzberg, le capre placide nei parchi cittadini, e il riaffiorare di una mancanza di significato profondo, di un'aria che sia casa.
Ci vuole tempo.

Non ho ancora iscritto i bambini a scuola, non li mando subito, mi hanno chiesto di potersi prima ambientare, hanno molta paura per via della lingua. Oggi hanno ricucito la memoria con alcuni luoghi, mio figlio si è rotolato giù dalle collinette del Viktoriapark come faceva da bambino sulla neve, e pareva beato, come se contemplasse un’emozione piccola e nascosta, una fiammella. Entrambi hanno cominciato a rispondere “ja” e “nein” alla mia amica tedesca; soprattutto la bambina sfoggiava un precoce orgoglio. So già in quale momento e in quale occasione ritroveranno familiarità con la lingua, e cominceranno a escludermi dalle loro conversazioni e si trasformeranno sotto i miei occhi, e non riconosceranno me e la mia idea di architettare per loro un’aura assolata e mite di bambini italiani, verdoline radici di mandorletti bianchi fioriti.

Mi sento molto lontana e sento la mia famiglia come separata, non riesco più a provare un’emozione prossima per mia gemella incinta, e per lo stato di mio padre, che ho lasciato affaticato nel fisico e nel morale, per mia madre, che non poteva credere che io me ne andassi di nuovo, di punto in bianco, e per mia sorella grande, che ha i nipotini che le crescono lontani. Spero che questa interruzione di trasmissioni emotive sia un banale anestetico che svanirà fra qualche settimana.

Non c’è conclusione a questa narrazione. Ci vuole tempo.

giovedì 1 agosto 2013

Uomini

3 febbraio
Cara Amica,

ieri ero piena di tossine. La mia mente passava in rassegna pensieri di bassissimo livello, uno dietro l’altro, attuali, passati e futuri. La rozzezza delle donne sgraziate, che camminando oscillano da un lato all'altro. Gli uomini che, ancora non vecchi, tuttavia rinunciano all'uso muscolare, e per sedersi si lasciano cadere in poltrona come sacchi. L’odore di rossetto dozzinale, che si attacca all'alito. E poi sempre più giù, il costo dell’affitto, il costo della mensa scolastica, il costo del pane, i campi di lavoro, le torture nel mondo.
Ho dovuto dire due Padrenostro per fermare la mente, snocciolandoli come farebbe un tassista arabo in pausa, come un mantra o una formula magica. E improvvisamente sono uscita dal girone infernale della mente. Per quanto denso sia l’umore, basta inserire una piccolissima variazione al margine del sistema perché esso cambi - credo sia la legge dei quanti.

P.S. Guarda che brava amica sono, in tutte queste divagazioni non ti chiedo mai che combinate tu e il signor Idraulico...


17 febbraio

Cara Amica,
la ricorrenza del giorno della mia nascita non mi ha risparmiato una lezione fastidiosa e pungente sulla stupidità degli uomini.
Vivere a Firenze può avere dei risvolti spiacevolissimi. Si ripropongono tutti una visita, umani e subumani. Ma questa visita proprio nel week-end del mio compleanno è stata una vera disdetta.
Non posso reggere un minuto di più il mio ospite brianzolo. Da quando è arrivato ha perseguito il saccheggio delle mie cose e della mia pazienza: ha fatto le fotografie in casa, come se fossimo in un museo, al soffitto e dal balcone, e siccome era per la prima volta a Firenze, è voluto essere portato in giro da una parte all'altra, chiedendo già di Palazzo Vecchio mentre si era ancora a Santa Croce, e inondandomi con la sua stupidità, espressa in odiosissime domande da provinciale e in osservazioni di questo calibro: "Che bello qui a Piazzale Michelangelo: sembra Posillipo!" (sic). E oltre a questo, il nostro campione esclama in continuazione "Ola Lola!", e chiosa ogni punto con un ritornello pubblicitario anni '80, come se fosse scemo, intendo più di quel che è. Suppongo che non occorra specificare il suo aspetto fisico da rana e la profonda penetrazione della bassa cultura televisiva nel suo linguaggio. Un’inondazione di stupidità che si infiltra nelle mie sacre sinapsi pari a umidità nei muri di palazzi preziosi. Il rene destro è tornato a farmi male, come sempre quando ho accanto un essere maschile saccheggiatore. Di sicuro mi verrà la renella.
Ieri il degnissimo ospite si è infilato nel mio divano letto, sul quale mi sono offerta di dormire lasciandogli la mia stanza (un errore che tu non avresti mai fatto), per gustarsi il festival di Sanremo a cui non poteva rinunciare, sulle mie lenzuola e pure sul mio cuscino, dopo essersi manifestato senza pudore nel suo pigiama con grosse stampe ovine da dodicenne. Appena andrà via (ha il treno alle 18 di domenica e starà qui sino all'ultimo secondo: l’intero fine-settimana guastato) laverò tutto, accenderò l’incenso e spalancherò le finestre, dopodiché stapperò lo spumante per festeggiarmi (finalmente da sola). 


23 marzo

Cara,
penso che metterò un veto agli ospiti maschi, se non accompagnati da mogli.
Di H. mi sconvolge la presunzione delle aspettative. Non ci vediamo da un anno dopo esserci salutati da amici, tempo nel quale ci siamo scritti pochissimo; lui si invita a Firenze, arriva qui alle dieci di sera, mentre io metto a letto i bambini, sono stanca e chiedo una serata pacifica, invece lui avanza certe pretese. Ma insomma! Mi piaceva l’idea di avere un ospite, di bere un bicchiere e di dare accoglienza
: no, non è consentito sperare in una placida serata con un camerata.
Buonanotte amica mia. Io non credo riuscirò a dormire con l'invasore: mi toccherà mettermi di sentinella.


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Cara, non posso reggere due proposte di matrimonio in sei mesi. Il vedovo in autunno e lo pseudo-intellettuale in primavera. Come un gallo, un pavone o un tacchino (a tua scelta), H. mi sta parlando da tre ore dei suoi lavori, dei suoi progetti e dei suoi soldi. Gli uomini hanno un continuo bisogno di essere guardati e ascoltati. Non so come facciano ad avere sempre i lavori più belli e meglio pagati.


Amica:
Stasera R., il responsabile, mi ha salutata con trasporto lirico: sono inorridita. Ha detto che ha un sentimento poetico nei miei confronti e che lo vuole esprimere. Gli ho chiesto di attenersi alla tradizione giapponese, se proprio deve: sono sufficienti due parole per fare una poesia, la leggerò con piacere domani.


Ah, cara amica, anche tu dunque sei sotto assedio maschile. Che bella risposta hai dato al poeta!
Quanto importuni gli uomini!
Oggi è stata dura, H. mi metteva un braccio sulle spalle e diceva “peccato che non siamo stati un po’ intimi”. Dio, vorrei non essere stata educata alla cortesia. Una bella risata in faccia se la sarebbe meritata. Questi piccoli uomini annoiati di sé, sulla soglia della senilità, desiderosi di carne giovane, o di grembi fruttuosi di tardive consolazioni, stanchi della loro stessa compagnia e di un certo modesto successo, che si mettono a importunare e ammansire le fragili donne in difficoltà, fiutando la bestiola pronta a cedere per necessità... Basta, sono discorsi antichi, odiosi.


Amica:
Hanno idea, poveretti, del tedio che provocano, specie gli intellettuali?


24 marzo

H. è partito alle 14, senza risparmiarsi baci e abbracci. Mi ha detto che gli sono sembrata molto chiusa e mi ha chiesto se lui mi sia venuto troppo vicino. Gli ho detto “Sì”. Sono seguiti patetici aggiustamenti decadentisti. Mia cara amica, se solo gli uomini fossero più onesti! Molti di loro sono abilissimi calcolatori: perché non ammetterlo? Quando pensano a voce alta... miseri, scoprono le carte senza neppure accorgersene. 


13 giugno

L'amico germanico, classe '55, è ripartito alla carica con un invito a fare una vacanza in campeggio, a suo totale carico, ha detto. Intanto però stamattina mi ha spedito un suo testo di due pagine fitte, in tedesco, dicendo che io sono sicuramente più brava a tradurlo e che quindi è meglio che lo traduca io. Visto che è il suo discorso, per la sua gloria, e per i suoi guadagni ticinesi, gli ho fatto intendere che non vi sarei riuscita. Ho colto l’occasione per commentare l’offerta di viaggio in campeggio a Chioggia in una tenda sola - una gabbia sprofondata nel buio e colma del suo russare. Gli ho detto che un tempo gli uomini facevano dei regali e che le donne senza dote ricambiavano con dei servigi, ma che non siamo più a quell'epoca.
Mi sconvolge la sua totale incapacità di capire che io non cerco un uomo che paghi per me, un tutore. C'è davvero in me qualcosa di sbagliato? Pecco d'orgoglio? Questi preziosi uomini che ammirano la mia mente non fanno che ripetermi che essa ha bisogno di una cornice, di qualcuno che offra il piano materiale su cui possa espandersi. Mentitori. La verità è che cercano una mente di contorno al loro piano materiale. Si limitano a considerarmi un abbellimento per la loro routine. Quanto al prezzo di questo abbellimento, sta' certa che metterebbero sulla bilancia pure le briciole di pane!


Amica:
Buongiorno Cinzia, per fortuna non perdi il tuo buonumore! Scusa il ritardo ma non ho a disposizione il computer che è in riparazione. Spero che me lo riportino domani. Ho preso in prestito quello del mio collega: il responsabile è appoggiato al catafalco della stampante e mi guarda.
Sono profondamente inquieta. A peggiorare le mie sensazioni i miasmi che emette la mia casa. Adesso le esalazioni provengono anche dal tubo del bagno nella camera. Molto ironicamente c'è il signor Idraulico per questo. Verrà venerdì a capire insieme a me di cosa si tratta.
Baci


Scusa, ma mentre mi raccontavi dell’ispezione al tubo che dovete fare insieme, mi sono venute in mente un sacco di immagini interessanti…


Amica:
Impertinente!


1 luglio

Stanotte ho fatto un sogno intenso, era una narrazione filmica complessa, in cui ero molto coinvolta, serrata in un'angoscia che ancora adesso punge. Purtroppo non ricordo quasi più niente. La sostanza era che dalle stelle avevamo ricevuto una minaccia. Alcuni di noi sarebbero stati presi o uccisi, il criterio era non avere paura. C’erano delle presenze minacciose, e io e mio figlio eravamo una chiave importante. Mio figlio aveva molta paura, ma alla fine io scoprivo, pur continuando a provare angoscia, che la minaccia era tutto un bluff. Vedevo chiaramente le stelle, il cielo notturno, la minaccia incombente dalla imperscrutabile volta. 

Ah, Amica, è una persecuzione, non ne esco.
Un mare di inutilità è nel mio passato e al mio orizzonte. M. mi parlava per ore dei film che lui considerava dei capolavori assoluti, i film di serie B che amava così tanto (forse perché ritrovava una parte di sé in quei patetici personaggi della piccola Italia). Oggi G., pensando forse di allettarmi, mi ha detto che se stessimo insieme potrei accompagnarlo tutte le volte alle degustazioni del suo corso da sommelier. Possibile che davvero gli uomini pensino che noi ci consumiamo nel desiderio di accompagnarli, seguirli, ascoltarli, assecondarli nei gusti e ammirarli?
Quante donne hanno consumato la vita in questo tedio!


12 agosto

Amica mia,
ormai credo di aver capito che l’innamoramento è solo una strategia di incretinimento per abbassare le difese, anzi, proprio per “cascare”, come dicono i francesi, perdere i sensi, e cioè il buon senso, allo scopo di farsi come vapore acqueo per infilarsi nei pori della coscienza altrui. Credo che l’innamoramento non abbia altra funzione che questa penetrazione a fini squisitamente didattici. Al risveglio però, in carne e ossa e in stato solido, non è affatto facile tornare indietro, e io mi sono così tanto stancata di questo metodo di apprendimento sempre troppo vicino alla perdita di me che ho deciso di pietrificarmi e basta.
Insomma, tutta questa premessa sui pori e i vapori è per dirti che ho deciso di stare alla larga da qualsiasi spasimante. Ognuno a suo modo, i taccagni tedeschi e i campioni meridionali, sono bestie da zoo. Ti ricordi il vedovo, che aveva ancora tutte le cose della moglie congelate al loro posto e che dormiva su un materasso così nuovo e meraviglioso che dopo tre anni era ancora avvolto nel cellophane? Ah, lui era il campione dei campioni. Cominciò un giorno dicendomi, fingendo di non dar peso alla frase gettata lì, “Ma tu non ti dipingi mai le unghie? A me piacciono le donne con lo smalto alle unghie”. Cara, se mi conosci sai che quella frase è stata la sua condanna definitiva. Tale frase veniva però a coronamento di una lunga sequenza di considerazioni che hanno confermato giorno dopo giorno il suo bisogno di una compagna-soprammobile in tutto corrispondente al suo modello. Con enorme fastidio una volta mi lasciai convincere ad acconciarmi i capelli ricci (ero ancora allo stato di vapore acqueo), che mi stanno malissimo, e anche in quell'occasione con la sua arte nel convincimento aveva dichiarato: “A me piacciono le donne con i capelli ricci” (la moglie ovviamente li aveva così). 
Se la sera mi dilungavo a leggere un libro anziché guardare lui, metteva il muso. Perché subire un tale nevrotico narcisista, mi chiederai? Perché è sempre solo una frase, un unico specialissimo momento di verità che apre il varco nella coscienza, che svela l’imbroglio: prima di quella frase, una parte disfunzionale di noi ricompone il quadro in maniera che sia sempre accettabile. Nel mio caso è stata la banalissima domanda sulle unghie: in quel momento, ho capito che non c'era traccia di me in quella storia. Comincia poi la pars destruens, in cui la persona dominante viene vista per quel che è. Lui, il campione meridionale, nei momenti di rilassamento usava chiudere le spalle a mo’ di coccola e toccarsi le parti basse (nota bene, senza che ne fosse consapevole) con un pollice che restava più scoperto e più attivo fra le dieci dita messe in mezzo alle gambe. Quella ricerca di calore infantile era talmente odiosa che mi alzavo e lasciavo la stanza. Un altro incubo era la mania di doversi cambiare appena rientrava, per mettersi, appunto, “le robe di casa”, secondo, credo, una rigida tradizione della madre. Oh, come vedevo bene che da piccolo era stato il bravo bambino che ubbidiva sempre! E anche adesso, a quasi cinquant'anni, replicava i gesti allora approvati, seguiva la procedura delle cose fatte bene. Dio, non potevo più sopportare quella tuta da casa e lo spettro della moglie e della madre ovunque andassi. Devo dirti però che dopo lo scuotimento della coscienza, tutto diventa molto divertente: non siamo più tenute legate per il collo e possiamo goderci lo spettacolo della fine. Ti ricordi quando quella sera eravamo io e te al telefono e lui tentava ripetutamente di chiamarmi? Per la frustrazione mi mandò un messaggio con il testo “Vergognati!”. Quella sera mi rotolai sul letto dalle risate. Com'era sempre più chiaro il quadro di un manipolatore affettivo che non accetta che la compagna abbia altri affetti concorrenti! Dio, quanti disastri fanno le madri, quanto antiche sono le origini di questi disturbi. Il male peggiore, però, superiore al cambio compulsivo e al controllo e alla manipolazione, consisteva nel fatto che lui era un “comunicatore”, cioè un misero venditore con la cravatta. Nelle nostre conversazioni, usava le stesse tecniche che con il suo team di assicuratori: mi lasciava un’apparenza di spazio di contrapposizione, che accoglieva con un sorrisetto commiserevole, e concludeva il suo repertorio di mosse per fissare con sicumera la sua ragione.
La sua unica ragione, però, stava nel fatto che lui aveva i soldi, io no. La condizione delle donne non più sposate, e con difficoltà economiche, è delicatissima: è molto facile passare sotto una tutela maschile cercando di tamponare l’apprensione che si prova, soprattutto per i propri figli.
Ma quella sera che mi sono rotolata sul letto per le risate, io ero l'insolente guerriera che aveva spezzato le corde e aveva bruciato la terra dietro di sé.


22 settembre

Cara Amica, oggi è sabato, spero che tu possa andare al mare, a settembre la baia deve essere splendida, rilucente, e ripulita dopo gli eccessi della stagione estiva.
Ieri ho fatto ancora la spesa alle 23.30, ho cucinato per Nawroz, visto che mi ospita, ma lui non è rientrato. Quasi senza mangiare mi sono buttata a letto, vestita, avevo freddo, ieri è piovuto e sono stata tutto il giorno in giro con le scarpe bagnate, e gli internet-point qui sono orribili, fumosi, insomma oggi mi sono svegliata dopo mezzogiorno e non riuscivo ad alzarmi. Ho appena visto che c'è il sole, ora sono sulla tastiera araba di Nawroz e ti mando i miei saluti affettuosi da questo incubo incolore. Glenn Gould amava il grigio, come gli era possibile affermarlo?
Tanto per aggiornarti, due sere fa il tipo iracheno del couchsurfing ha fatto il gattone. Stavamo sul divano (che sarebbe il mio letto in questi giorni) a parlare delle guerre, dei suoi giorni in gattabuia in Iran, degli attacchi ripetuti, del padre comunista con una libreria sconfinata, e di quanto sia importante per lui, artista, avere una nuova vita qui a Berlino e godervi una grande libertà. Tuttavia, a parlare del suo paese, Nawroz si è immalinconito, io ho approfondito le sue pene di esule e lui con gli occhi liquidi ha cominciato a chiedermi se non potessi abbracciarlo. Purtroppo, non si è accontentato del primo no e mi è toccato essere dura e chiedergli se non fosse meglio che io andassi via. Doveva essersi fumato qualcosa. Dio, quanto dovranno ancora evolvere gli uomini perché non abbiano più bisogno di un corpo altrui - o del proprio - per sentire se stessi intimamente. 
Devo forse citare per completezza gli uomini che, per il bisogno di confermare il proprio perimetro, mentre parlano s'infilano un'unghia fra i denti o si corteggiano le nari o si reggono il mento accarezzandosi di tanto in tanto il labbro inferiore con un dito? Ho detto abbastanza!

Forse c'è solo una grande solitudine che preme contro quel fragile perimetro.

Ti immagino al mare, sei proprio bella!

  
Ottobre, un giorno come un altro

Cara, sono stanca. L'operatore video con cui avevo iniziato a comporre interviste e servizi, con mio grande gaudio per le ore di conferenze stampa su mostre e nuovi cataloghi, si è rivelato un degno esponente del suo genere, il classico maschio che usa il minimo potere posseduto, l'allusione a ipotesi di collaborazione, come carota sul bastone per infilare le mani nelle mutandine. Fa molto male quando si scopre che il lavoro di corteggiamento dell'intelligenza femminile ha mire più basse. Così ho perso anche questa possibilità di espansione, e più semplicemente, di lavoro: stavolta però l'ho insultato, perché stavamo procedendo bene con i pezzi, non c'era alcun motivo per presentarsi a casa mia con la scusa di lavorare all'intervista per poi stendermi sul divano infocandosi nel cercarmi nell'intimo. Io credo che verrà un tempo in cui l'uomo e la donna, superando il primitivo posizionamento di genere, saranno uniti nella solidarietà come fratello e sorella, partecipando a un più alto progetto umano. Amica mia, deve essere così. Non posso più reggere questa specie a capo basso che becca a terra fra sterco e piume di galletti.
Se poi il galletto in questione è tanto obeso da emettere dei grugniti ad ogni movimento più ampio, spavaldo nonostante la sua oscenità, je meurs! 



29 dicembre

Amica cara, credo che sarà un altro anno difficile.
Per la prima volta non ho alcun buon sentimento per il Capodanno, per tutti quei mesi nuovi messi lì davanti... Ma resta un piccolo fatto, una semplice base scarna: noi ci siamo.
Dopo tutte le tribolazioni affettive inutili, dispersive, che non ho voluto o almeno che non inteso così mediocri, ho capito che non sopporto addosso altro odore che non sia il mio. Sono stanca. Ho lottato per i miei figli, per trovare un posto pacifico, per resistere a tutti questi attacchi che mi hanno guastata. Ti abbraccio, senza gioia, con profonda amicizia.


Amica:
Cara, ti sei spinta molto avanti sul piano della comprensione umana, ma non è giusto che tu superi certi limiti. Non so come dirti, viene dalla mia esperienza prima di tutto, se troppe volte superi quel segno qualcosa si incrina per sempre. Mantieniti intatta per te e per i tuoi figli.


domenica 14 luglio 2013

La distanza

Se solo se ne andassero, se lasciassero riposare qualche minuto questi luoghi dalla loro presenza, se portassero via le loro parole, le loro dedizioni e gli strascichi dei pensieri che ho uditi per trent'anni, se solo spegnessero questo disturbo imperituro che alimenta cattivi odori come il motore del chiosco ambulante in piazza.
Se mi lasciassero posare la penna sul foglio e svuotare i loro echi, se mi permettessero solo per qualche istante di allargarmi nella mia urgenza, se mi dessero la loro assenza, lo spazio fermo e bianco per scrivere.

Per amare ci vuole distanza. Per ricordare ci vuole distanza. Ci vuole distanza anche per simulare la nostalgia, per montare un piccolo dramma naïv.
Forse pure la vicinanza a Dio mi sarà insopportabile da morta, e continuerò a reincarnarmi e a separarmi.

Lasciatemi nel mio silenzio, così urgente di parole mie.

mercoledì 10 luglio 2013

Come era la Terra

Era la Terra un mostro di squame e fauci,
minaccioso di lava e cavalli imbizzarriti
sullo sterminato suolo ora piatto, ora quadrato
sprofondato in un orrido pozzo di fosse e detriti.

Sommi geni lo concepirono pianeta
di  roccia con forma quasi a sfera.
Era la Terra divino capolavoro
custodito nell'oro di solare moneta.

Corpo d'acqua e continenti contrapposti
su due fronti di vite aliene una all'altra, guerra
di marinai sbattuti che ai primi orizzonti
fermi gridavano a cuore aperto "Terra, terra!".

Terra mineraria, gassosa, cava
di tufo e granito, di polvere e argento,
brillante di sale e vasta di praterie.
Terra di sciamani che divinavano il vento.

Uomini di terracotta la smuovevano,
donne di pietra la lievitavano come pane,
soffiavano sul cotone e lo intrecciavano in centrini.
Terra di volti carsici e corallini.

Era la Terra una biglia vacua e liquida,
palla di vetro con dentro per gioco
balene fluttuanti sotto la neve.
Ma venne una pioggia di fuoco:

tremò la Terra con i suoi giganti
i calamari e i vulcani, i bambini
annegarono con le madri urlanti
e i tiranni insieme ai loro soldatini.

Cascò lieve per miglia e miglia
nell'abisso girando in tondo
l'astro dissolto chiamato Mondo.

Era la Terra una meraviglia.

domenica 23 giugno 2013

La succursale italiana


Tempo fa ho abitato a Berlino-Kreuzkölln.

Mi ricordo molto bene di quel periodo. Ho una memoria emotiva precisa collegata alla libertà di essere e fare come più mi piaceva, di bere una birra sulla spiaggia della Badeschiff, di fare la nudista allo Schlachtensee, di provare nuove pizzerie con i miei amici italiani, di stare seduta in mezzo ai tedeschi nel bar Ringo sotto casa a seguire l’amatissimo serial TV della domenica sera alle 20.15, senza sentirmi né estranea né coinvolta – uno stato perfetto che richiede un'esatta misura di distanza. Ho però anche una memoria “sotterranea” che è come lo sfondo di un incubo, un sottopassaggio buio in cui transito senza vedere la luce, e mi trovo lì perché mi ci sono ficcata da sola, credendo di poter indossare un abito diverso senza procurarmi lesioni interne, come se un Paese straniero si potesse abitare mantenendo la stessa foto sulla carta d’identità.
                           
Di quel periodo ricordo le parole dei bambini della comunità italo-tedesca, la lingua del gioco, la lingua dei rituali. Sintassi tedesca e parole italiane, verbi italiani e coniugazioni tedesche, parole del cibo in italiano, istruzioni e ordini in tedesco: - Zähne putzen! Ricordo che pensavo a questi ibridi, bambini ibridi, cultura ibrida, lingua sporca. Pensavo alla lingua da salvare. A me in quegli inverni lunghi non venivano più parole belle, parole importanti, parole piene e sonore, non mi veniva più un verso di poesia.
Oggi penso che allora sbagliavo nel considerare quei bambini degli ibridi, non allevati nella cultura italiana e non propriamente nativi della cultura tedesca. A qualche anno di distanza, posso dire questo: quella generazione “è” un fenomeno specifico, non esprime una mancanza da una parte e una lacuna dall’altra, ma una dimensione demografica nuova, in sé compiuta, originale. Ho cominciato a pensare che quei giochi linguistici non siano effetto di interferenza, di disordine, ma di una competenza piena. Quei bambini sono nati in una zona comune fra due culture, dai confini sfumati e integrati, e sono un popolo nuovo.
                               
Ripenso a molte altre cose di quel periodo. Penso che alcuni italiani lasciano le Langhe, il Tarantino, le Isole con un rancore profondo verso l’immobile orizzonte, e partono credendo che l’Italia sia quella, l’Italia dell’individualismo e delle donne sui tacchi 12, delle passeggiate domenicali e degli annunci mortuari, senza sapere che esistono altri civilissimi Comuni dove le mamme condividono, i bambini hanno indumenti comodi o di seconda mano che possono sporcare, le scuole coinvolgono i genitori in progetti partecipativi, nei parchi ci sono bar informali e biblioteche che propongono letture all’aperto, gli artisti sperimentano e modificano il territorio urbano. Certo, sono movimenti che serpeggiano e sfarfalleggiano su uno sfondo dolcissimo e grottesco, lo scenario di un paese in miniatura nelle gallerie di un luna park.
Penso a quegli Italiani all'estero che sulle pagine social parlano solo di politica italiana, come se il filo con il loro Paese non si fosse mai interrotto, come se il loro centro d’interesse fosse rimasto lì. Penso a quegli Italiani che si affannano a ricostruire, ingrediente per ingrediente, molecola per molecola, i sapori della propria cucina, facendo finta che sia possibile trasferire gli esatti dati sensoriali, il carsico ed il salmastro. Percepisce la nazione Italia la devozione dei suoi fuoriusciti? Sa il Belpaese dalla luce dorata e violetta, terra perfetta per le vacanze, quanto fedeli gli siano queste forze tenaci e vitali che impiegano il loro ingegno per portare avanti un Paese altro, a cui consegnano i propri figli? Una fedeltà sentimentale, conflittuale, e anche astratta: astratta perché, quando si è all’estero, la percezione del proprio Paese non corrisponde alla fluida realtà, non si aggiorna.
      
Oggi mi trovo in vacanza al Sud, sullo Jonio, con i sensi spalancati: luce ampia e assoluta, aria sottile e ventosa, mare cristallino; dune. Appena m’immergo nel sole della Magna Grecia, viene a galla la ragazza che ero. Da questo perfetto avamposto, a quattordici anni, vigilavo sull’orizzonte, spiegando le mie vele verso Nord, verso le case e le cattedrali con i tetti a punta. Per la mia sensibilità acerba, Rotterdam o Amburgo non facevano differenza, erano un'altra densità e ciò bastava. Trascorrevo ore a leggere i romantici tedeschi, ad ascoltare la Winterreise, suonavo Beethoven, leggevo Thomas Mann. Non c’era molto altro da fare. Da qui, tutto era possibile. Sognavo di avere in bocca quella lingua, di andare nelle università tedesche, di vivere gli inverni nordeuropei.
Vent'anni dopo, da questo stesso lembo di terra, quei sogni, tutti avveratisi, hanno l'antico sapore letterario, l’aperta malinconia delle terze schubertiane, la felicità di meridiani e paralleli da solcare. Credo che sia nella morfologia dello sguardo, quando si sta su uno scoglio come gli antichi Greci, ricevere dall’orizzonte l'invito a partire, con un carico di idee da barattare. Dolce è ancora lo slancio a migrare, da questa piazzuola di sosta bianca e salmastra, terragna, verso il Paese dell’Idealismo. Se però mi distraggo dal sogno e mi ripenso a Kottbusser Damm, nel lungo corso di negozi e Imbiss senza tracce di sentimento estetico, questa immagine da sola come un sale in una reazione chimica fa precipitare il desiderio.
      
Per tornare a vivere a Berlino, dovrei maturare aspettative più spicciole e non lasciarmi disturbare dalle minime dissonanze. I tedeschi sono avari? A volte, è vero, si ha la sensazione di non valere abbastanza per meritarsi un pasto generoso quando si è loro ospiti. Ricordo che una volta un'amica tedesca mi sgridò seriamente, perché alla tavola a cui io l'avevo invitata, a suo dire la molteplice offerta di cibarie confondeva le idee e le faceva perdere l'appetito. Comunque, sono un popolo economo e sensato, rispetto ai consumatori dai carrelli stracolmi di merci destinate a scadere. I tedeschi hanno una visione stereotipata degli italiani? Spesso, è vero, è difficile non irritarsi al loro drammatico gesticolare mentre parlano di pasta e “bell’Italia”, come se questi concetti non potessero sussistere senza sottotitoli mimati. Sono un popolo solerte nel cogliere in fallo gli altri membri della comunità e resistenti alla simpatia umana? Può essere, ma finalmente qualcuno che sa dove sia la verità, che sa come dare una chiara struttura. Le tedesche prendono sempre in giro noi italiane perché ci teniamo ad avere i capelli in ordine e stirati? Certo, per loro siamo tutte uniformate e conformate, vogliamo mettere i capelli per metà neri e per metà rosa delle cassiere di Edeka. I tedeschi però ci amano profondamente? Sicuro, sai che piacere essere presi di mira dai fan del Chianti che appena scoprono che vivi a Firenze hanno quasi un orgasmo.
   
No, se dovessi tornare a Berlino, non mi lascerei distogliere dalle irritazioni e punterei su un progetto personale, sulla fiduciosa prospettiva di poter contribuire ad una società più equilibrata, sostenendo per esempio le qualità di grazia e dolcezza del femminile. Da tempo in me gli sciocchi attriti iniziali sono stati lubrificati, e a lamentarsi delle provinciali quisquilie si fa la figura dei livornesi che dicono male dei pisani. L’asse di trasloco Roma-Berlino è ridicolo rispetto ai tentativi extracontinentali di svolta biografica. Il mondo è grande e terribile, diceva Gramsci, e ormai Berlino è una succursale italiana.


giovedì 20 giugno 2013

Il Gelsomino

L'estate s'infila negli interstizi dei cirri in viaggio 
come le lucertole nelle spaccature del maggio.
Ovunque odore di gelsomini sfioriti, 
lo stesso sapore dei baci appassiti.

domenica 14 aprile 2013

Recessione


C’erano per strada
fra le ossature arrugginite
di vecchi cancelli
campestri
fiori di marzo, il convolvolo,
una quadriglia di margherite
e un’aria di festa
alpina, vino
alla spina e griglia.
Era l’Italietta bella.
Sono bastati vent’anni
a spegnere le radioline,
l’oste delle cantine
e tutti i canti,
la placida conversazione
a fine messa, i tintinnii
di tazze al bar della stazione.
Un fuoco veniva
dai giovincelli,
cenni di poesia ingenua,
un senso teso di
estasi muscolare.
Lenti sui marciapiedi
procedono ora i vecchi,
uguaglia la loro speranza
quella dei trentenni
senz'ansia espansiva
e gonfi come rami secchi
alla deriva.

Incantatore


Era febbraio
a Firenze
nel quartiere vecchio
di terratetti e botteghe.
La neve cedeva
croccante
come crosta di pane sciapo.
Da sotto la trapunta oro
dicesti con un timbro 
suadente:
- È una mattinata d’estate –
e d’improvviso esplose un tepore
e la luce svegliò la stanza.
La cicala marittima
vibrava l’aria
come una citara antica,
e il lenzuolo steso 
al balcone gonfiava
le vele della casa:
partiamo subito, stamane!
Sul muro bianco
lampeggiava nitido
il sole a strisce dalle persiane.
Eravamo imbarcati 
a mille miglia dal golfo
verso l’isola d’Elba
e il mio orecchio era una conchiglia,
lo lambiva il fiato marino
lasciando cristalli di sale e madreperla
sul cuscino.

venerdì 26 ottobre 2012

Nel cielo migranti

Buona fortuna, rondinelle in partenza!
Rendo grazie a voi, uccelli dei tetti
che restate qui coi gonfi petti
intonando canti di resistenza!

sabato 29 settembre 2012

Le cose

Il cavolo bolle con furia, un cavolo, l'acqua, il fuoco; una lettera porta notizie luttuose. La campana ha suonato dieci volte stamattina; il bambino della vicina ha ripreso a piangere. I fiori nel vaso hanno mutato profumo - è successo da un'ora all'altra: la dolcezza esangue dei petali s'è guastata. Il barbiere di sotto è uscito per il bicchierino di mezza giornata, puntuale; un rintocco; la campagna si è scolorita, questa è un'annata malvagia, bisognerà dare acqua e pregare. Terra aspra, dura, che fa acido il vino. Lassù fra i cipressi, quale nuora sarà andata a portare i fiori? Non mi piacciono, le tombe. Le tre. Il bambino sta dormendo ora, la madre stende i panni alla finestra. Il signore sulla soglia del bar sputa per terra e si sistema il copricapo; passa un cane, svogliato. In questa casa il legno scricchiola sotto ogni passo, geme come un vecchio. La credenza ha un'anta scardinata dallo scorso anno; nel ripiano sopra ci sono le lettere venute da fuori, le poche righe dei figli. Il vino del marito è sul tavolo, il piatto per la minestra ora è vuoto, mi alzerò e lo metterò nel catino, aprirò l'acqua, laverò via i resti, e dopo che tutto sarà asciugato, riporrò ogni cosa, piatti piani, piatti fondi, piattini. La credenza si chiude malamente. Le quattro. Il paese sta dietro le finestre, e ascolta. Paese aspro, duro. Chi non spera non prega.
Oggi compio sessant'anni.

martedì 21 agosto 2012

Lontananza

Due fari su due isole su due mari opposti

e tre rondinelle da scoglio a scoglio
intrecciano notizie di tramontana.

Dicono: le terre si muovono per l'onda
e la sponda gemella non è più così lontana.

domenica 5 agosto 2012

Pianta d'aria e pietra


Come la pianta del fico
getta i suoi germogli
nei ruvidi muri,
nelle spaccature della pietra
verticale, fra minime fessure
a picco senz’acqua né altrui volontà

Così il mio amore per te
continua a germogliare
dalle tue dure asperità,
nel banale disfare congetture,
fra la gente che tutta ti assomiglia
per uno scherzo di questa folle infermità.

domenica 22 luglio 2012

O David


O David sceso dal marmo
che t'ergeva sul mondo,

ti guardo tacendo mentre
chiudi le braccia di tufo
sulle ginocchia e allacci
così facendo in tondo
le tue incombenze,
le insidiose cose del vivere
che reggi sulle vertebre
senza dèi che soccorrano
gli affanni.
Le aprirei a forma di ramo
come un leggìo rivolto al cielo
come il nodoso braccio d’ulivo
dove pendeva l’altalena dei miei
sei anni.

Neppure su questo seno lacustre
ormeggi la tua stanchezza
ostile, la tua guardia armata
alla prossima battaglia.
Ma ascolta qual pensiero gentile
culla dietro le mie ciglia
questa brezza.

Il tuo orecchio di
madreperla racchiude
il mare, la musica del pianeta
quando d’un tratto
cominciò a respirare.
Fu quello il miracolo più grande,
quando alla terra fu data vita
a mezzo d’aria.
Senti come le onde delle cose,
le fluide cose del vivere
sono echi d’inestinta materia,
stelle sottomarine
e arenaria,
e nessun dramma o rumore
disturba il quieto ciclo
delle ore.

O David sceso nel mondo,
riponi il tuo grazioso
biancore, i lampi grigio-azzurri
del tuo broncio,
e mostra il tuo volto giocondo.
Disciolto il marmo che avevi in cuore
mostrati a me dalle acque,
e al mio fianco di sorella
vieni a cogliere la coccola più bella
dal rosso ramo del mirabolano,
vieni e riposa nella mia la tua
mano.

sabato 30 giugno 2012

La forte linea

Magnificenza del pianeta
azzurro mare
che fu concepito
scrigno d'acqua, fuoco
e lapislazzuli,
custode di perfette
forme, ossi di seppia
e bianche magnolie,
cascate di luce
in prisma celeste,
echi d'onde nelle crespe
conchiglie a cui s'incanta
ogni bambino terrestre.

E su tutte queste
fastose architetture
devota celebro
la mia musa,
la forte linea delle tue braccia,
antro odoroso
di muschi e noci
sulla cui frontiera,
a me preclusa,
accendo mille candele votive come
esilissime lucciole sull'asta
della mia bandiera.

sabato 16 giugno 2012

L'onda

L'onda sei tu
che torna e torna
sulla spiaggia e fa preda
di granelli.

Il tuo mare ha dentro
un abisso,
scava e inghiotte
i miei anni più belli.

La pagnotta

I bambini ed io abitiamo "nella casa del pane", sopra un forno. Ogni giorno, prima dell'alba, s'infila nelle nostre finestre e su per le scale una fragranza tiepida di pane e di schiacciata all'olio.
Questo pomeriggio, nel rientrare, io e i bambini abbiamo visto sul retro la porta del forno aperta. Vi abbiamo infilato il naso per catturare l'ultima traccia di odor di cottura, prima della chiusura del sabato. Ci è venuta incontro una donna, di fattezze indiane o singalesi - e questo non saper dire una madrepatria è un muro. Era intenta a pulire il forno, spazzando la farina dal pavimento. Ha rivolto ai bambini un sorriso pieno di grazia, poi si è allontanata guardandosi attorno, ed è tornata con una grossa pagnotta di pane toscano. Ha bisbigliato: "Ce n'è tanto avanzato, ma non ditelo al fornaio". Io e i bambini siamo saliti verso casa contenti, portando il grosso pane su per le scale come il dono dei Magi. Posatolo al centro del nostro tavolo di legno, ho cercato in dispensa una confezione di tè nero e ho detto alla mia bambina: "Vallo a portare alla signora". Dopo qualche minuto la piccola è tornata su ancora più gioiosa, con le mani piene di focaccia di ogni tipo, e ha spiegato: "La signora ha detto tante volte grazie, grazie, grazie, anche se è lei che mi ha dato tutto questo!".
Un pezzo di buon pane: solo chi è attaccato all'esistenza elementare, sa regalarlo a un bambino.

Firenze Le Cure, sabato 16 giugno 2012

mercoledì 22 febbraio 2012

Inferno

Sono io il tuo inferno
la steppa dove i soldati
cadono in inverno
sulla sterile terra?

Sono io lo straniero
a cui muovi la guerra?

martedì 10 maggio 2011

Intercity Notte

Quando si sale sull’Intercity notte, si incontra un’Italia che negli aeroporti, nelle riviste non si vede mai: cittadini maschi di provenienza nord-africana che viaggiano senza donne e donne dell’Africa continentale che occupano lo scompartimento solo in gruppo; giovani professoresse dirette al Nord che il lunedì mattina saranno stanche in classe dopo il viaggio; coppie meridionali al termine della visita ai figli lontani (carichi di conserve e caciocavalli all’andata, muti come cani battuti al ritorno: li si riconosce dagli abiti, dalle valigie vecchie, dai cartocci coi panini, dalle mani); calabresi che arriveranno al capolinea quindici ore dopo e che quando parlano al telefono avviano senza preavviso una lingua incomprensibile, dura, aspra, rocciosa, una lingua da capre, da montagna, sopravvissuta non si sa come sino ad oggi.
Tutta questa gente porta con sé un certo odore. Lo percepisco distintamente. In questo scompartimento della carrozza 7 viaggia un ragazzo calabrese, che mi dà del Voi: passa il tempo al telefono e tiene la mano libera dalle conversazioni sulla zona dei genitali, a mo’ di conforto, mentre comunica alla madre – se ben capisco – quando mangerà i panini da lei preparati col caffè freddo in bottiglia. Di fianco due allegri ragazzi maghrebini chiacchierano continuamente, passando dall’italiano, di accento modenese, all’arabo; gli altri occupanti sono un ragazzo discreto, che se ne sta sempre in corridoio, sospeso all’altro capo della linea cellulare da cui immagino gli parli la sua ragazza, e un uomo piccolo, mal vestito, che fra un po’ comincerà a russare. In mezzo ci sono io.
Arrivare alla stazione di cambio di Milano Centrale è un sollievo, per la più vasta umanità e la maggior luce che vi si trovano. Se una ragazza ha da temer qualcosa, è nelle piccole stazioni durante i cambi, dove a sera s’annidano maniaci di tutte le fattezze e preferenze e vari personaggi che passano da un treno all’altro, da una stazione all’altra cercando di accorciare la loro notte – senza tetto e senza letto.
Quale motivazione spinge una ragazza a mettersi in viaggio di notte? Il viaggio stesso, l’incontro con il vario bestiario umano, e forse qualcos’altro che magari, chissà, più tardi sarà da maledire.
L’abbigliamento più comodo è un grazioso vestitino bianco a fiori lilla in maglina, che si ferma al ginocchio con un elastico: lì dentro faccio scomparire le gambe raccolte e i piedi nudi: una grande sciarpa viola mi ricopre tutta. Ogni viaggiatore notturno aspetta che il posto a sedere davanti a sé si liberi per poter distendere le gambe. Qualcuno attende anche che il treno, ruggendo da campi a città, suggerisca nell’orecchio un verso, una bella parola da scrivere.
Questa domenica va di lusso: rimaniamo in tre, e ognuno si prepara la sua branda, dove si rigirerà cautamente tutta la notte, sinché il mare illuminato dall’alba non ci sorprenderà a Termoli.
Il ragazzo calabrese risponde al telefono molto presto, con un suono indistinto, simile ai richiami del pastore verso le pecore. Dopo che ha finito di shakerare il suo caffè nella bottiglietta di vetro, parliamo un po’. Mi dice con una faccia bruciata, alzando sopracciglia e spalle, che giù in Calabria non c’è lavoro, non c’è niente per occupare il tempo, a parte ricorrere allo “sballo”, che nelle campagne vengono impiegati solo extracomunitari che fanno “la bella vita” mentre lui è senza lavoro da nove mesi: la linea degli occhi si abbassa sotto il peso della pena nel rievocare le ore di noia, le giornate senza occupazione passate ritirati in camera, i ritrovi con gli amici sfaccendati per le strade vuote, nelle piazze destinate ai vecchi e ai cani. Eppure quando parla del suo paese, della costa di Capo Rizzuto, delle pietanze genuine preparate dalle madri (non ho conosciuto madre calabrese che non ritenesse il cibo industriale una diavoleria, un peccato mortale verso i propri figli), gli si illuminano gli occhi.
Da un’ora e mezza la chiavetta cerca la rete per connettere il mio computer al mondo fuori di questo treno. Mi è impossibile lavorare. Il male cronico di queste terre sta nel ritardo irrimediabile, e nell’abbandono, nella rinuncia, nell’alzata di spalle che assolve i peccati come le avemarie al termine della confessione. Per vivere qui non ci si deve porre domande: bisogna essere come capre sui sassi, o imprenditori ostinati che si sostituiscono al pubblico riparando da sé le inefficienze locali. Altro è arrivare dal cielo con l’aereo, giungere in un trullo ben arredato, ricevere l’impressione di ulivi e gelsi e, senza lasciare traccia né lacrime, con ugual mezzo andar via verso nord, ignorando i cani che passano la vita legati alla catena, le ragazzine che possono uscire solo accompagnate da un familiare, i ragazzetti arroganti che hanno la testa china e lo sguardo fragile, così basso da non vedere oltre lo Jonio. 

giovedì 31 marzo 2011

Incipit improbabili: Io e mio gemello

Mia madre, una tedesca di Amburgo corpulenta, alta e in buona salute, dalla pelle leggermente rossastra, capitata in Italia per il rocambolesco acquisto di due asini, si era scelto con cura il compagno con cui passare l'età della piena maturità sessuale: un uomo piccolo e scuro, abruzzese, per pochi centimetri non proprio un nano, cuoco, di dieci anni più grande di lei, che a letto copriva la misura giusta da un bottone all'altro del piacere, procurandole nel montarla orgasmi da marea-in-piena e impennate di godimento sui capezzoli che sprimacciava con la sua boccuccia.
Fu durante uno di quei momenti di tripla estasi che io e mio gemello fummo concepiti.
Starete immaginando quale mostruosa sintesi possano aver concepito un piccoletto scuro e un donnone bianco-rosso: non sprecate sfiati di fantasia. Io e mio fratello siamo il frutto di due spermatozoi vincitori a pari merito, che anziché dividersi il premio si sono guadagnati un uovo ciascuno: e noi pii, per massima equità, siamo venuti fuori uno alto, atletico e biondo, l'altro scuro, peloso e con le gambe corte.

mercoledì 9 marzo 2011

Albania/Italia: INTERVISTA A RIDVANA LACEJ

 
5 marzo 2011


C. Ridi, cominciamo da domande fondamentali: sei abbastanza contenta di te e della tua situazione di vita?
R. Dipende cosa si intende per situazione di vita… Sono contenta quando mi vedo realizzata come madre, ma non sono contenta quando penso che le mie ambizioni lavorative erano ben diverse.
       
C. In quale città sei nata? Dove vivi ora?
R. Sono nata a Shkoder, una città bellissima in nord dell’Albania e  ora sono a Matelica nelle Marche. Vivo in Italia da 15 anni.

C. Il tema del “ritorno nella città natale” come si manifesta nella tua vita e nei tuoi pensieri?
R. Nella mia vita si manifesta come necessità e nei miei pensieri come un sogno da realizzare ad ogni costo.

C. Perché hai scelto l’Italia? Secondo te era nel tuo “destino”? Ti è mancata la forza di tornare in Albania o un motivo importante ti tiene qui?
R. Penso che era nel mio “destino”… non avevo mai pensato prima d’allora di decidere d’affrontare una situazione simile. Mai! Non mi è mai mancata la forza di tornare in Albania, solo che qui mi sono nati due figli e penso che per adesso per loro è meglio l’Italia. 

C. In che cosa la cultura albanese e quella italiana sono simili?
R. Siamo vicini di casa e poi nei secoli ci siamo frequentati a vicenda e così abbiamo potuto influenzarci uno con l’altro, ma io sinceramente non trovo così tanto uguali queste due culture. Forse le fasi della storia che abbiamo passato sono proprio diverse.

C. Sotto quali aspetti di costume e mentalità trovi l’Italia molto diversa dall’Albania?
R. Su tanti aspetti… noi non ci scordiamo facilmente la famiglia d’origine; ci teniamo alla nostra lingua e alla nostra cultura; l’orgoglio è una caratteristica molto importante per noi e a volte viene scambiata per prepotenza; siamo un popolo molto affettuoso e aperto, intelligente e con la voglia di andare avanti, ospitale e generoso… questo non vuol dire che siamo meglio degli italiani o, peggio ancora, che gli italiani non sono tutto questo, ma semplicemente che noi abbiamo delle idee diverse su molti aspetti di vita.

C. Ti è mai capitato di inseguire un’idea che poi si è rivelata una semplice manifestazione di debolezza o di limitata conoscenza?
R. Sì! Venire in Italia, che poi ha rivelato una limitata conoscenza. Avevo conosciuto l’Italia solo tramite le belle trasmissioni della tv.

C. Descrivi la tua giornata.
R. Inizia molto presto con il caffè a letto che mi porta mio marito, albanese :-), poi la colazione ai figli… Eger frequenta lo scientifico e parte per primo e poi Iris che fa la seconda elementare. Accompagno la bimba a scuola e poi vado anche io a scuola. Lavoro come facilitatore linguistico, presso le scuole medie. Mi piace; poi è il mio mestiere. Io nasco come professoressa in un liceo scientifico al mio paese. Dopo il lavoro comincia la mia giornata da mamma e moglie. Siccome il lavoro che faccio a scuola non è poi così  soddisfacente a livello economico, a pomeriggio faccio la babysitter. Fortunatamente i figli sono molto indipendenti nello studio. Poi la sera tutti a cena a mangiare (io sono una cuoca molto brava!) e a raccontare la giornata, chi di più (io ed Iris) e chi di meno (Ylli e Eger). Dopo cena io faccio 10 minuti di fb :-) e poi a letto con Iris a leggere finché il sonno non arriva. Vedo poca tv. 

C. Cosa pensi quando vai a letto?
R. Cerco di non pensare tanto, mi concentro nella lettura, ma a volta mi faccio delle domande sul presente e sul futuro mio e della mia famiglia.

C. Hai amici albanesi in Italia? Hai abbastanza amici italiani? Hai un pezzo di famiglia qui?
R. Sì ne ho qualcuno, ma sono pochi, visti i lavori diversi che facciamo. Certo che ho tanti amici italiani. Della famiglia non ho nessuno, né dalla famiglia di mio marito, né dalla mia.

C. Che cosa non ti piace dell’educazione dei bambini in Italia?
R. Vedo che purtroppo manca il senso del limite in tanti aspetti della vita di un bambino.

C. In che cosa ti senti più forte di una donna italiana?
R. I think globally! Io ho un’altra visione della vita e del futuro, ho gli orizzonti molti aperti visto che sono stata io a fare il primo passo verso l’apertura, cambiando paese e cultura. Mi sento più razionale di tante donne. 

C. Come sarà l’Albania fra 10 anni? Ci sarà molto turismo? La gente sarà più ricca?
R. Qui potrei dire tante cose, potrei esprimere tanti desideri, potrei dare tanti suggerimenti, ma solo una cosa mi piace dire: basta poco per far diventare l’Albania un paese ricco e sviluppato, perché l’Albania è un paese meraviglioso sia per la natura che per la gente.

C. Scrivi una frase in albanese, un proverbio o la strofa di una canzone (con la traduzione):
R. Guri i rende peshon ne vend te vet! (La pietra pesante, pesa al suo posto!) 

C. Che cosa ti fa invecchiare dell’Italia? E cosa ti dà speranza?
R. Mi fa invecchiare il fatto che qui non c’è la cultura dell’altruismo e c’è tanta incertezza per il futuro. Mi dà speranza il fatto che i miei figli vanno molto bene a scuola e così possono costruire un futuro dignitoso tramite lo studio, anche se la vedo dura. Poi sappiamo tutti che un bel po’ di fortuna non guasta mai.

C. In quale altro Paese ti piacerebbe cercare lavoro e abitazione?
R. Non lo so. A me non piace molto ricominciare. Se proprio devo, mi piacerebbe unirmi a mia sorella in Canada.

C. Come hai imparato l’italiano?
R. Da sola e poi per il lavoro che faccio ho seguito dei corsi, poi sono molto pignola… sono sempre con i libri e con i dizionari in mano.

C. Quali momenti sono stati particolarmente difficili?
R. Quando ero incinta di mio figlio e non avevo nessun aiuto: né morale né economico.

C. Quando ti manca l’Albania cosa fai?
R. Sento la musica albanese e vedo le foto delle vacanze fatte là.

C. Tirana sembra essere una città molto attiva. Ce la descrivi?
R. Anche a me sembra essere una città molto attiva, visto che è una metropoli, ma io da 15 anni non la vedo. Ho degli amici che mi raccontano e veramente a me spaventa un po’ il caos e le due facce di questa città. Da una parte il lusso sfrenato e dall’altra la povertà assoluta di tanta gente. 

C. Hai chiesto la cittadinanza italiana?
R. Sì, ma è passato tanto tempo e ancora niente… comunque mio marito e miei figli sono diventati già cittadini italiani da un anno.

C. Cosa vuol dire “casa” per te?
R. Casa per me vuol dire il calore di chi ti ama e che ami profondamente.

C. Che cosa dovrebbe conoscere ogni italiano dell’Albania?
R. La sua storia fatta di sofferenza e sangue. La sua cultura ricca. La sua voglia di essere e di andare avanti. La sua capacità di sopravvivere ad ogni evento disastroso.

C. Quale preconcetto sull’Albania ti ferisce molto?
R. Mi ferisce molto il preconcetto di paese povero e insignificante.

C. Cosa provi quando in televisione i politici parlano degli immigrati senza sufficiente rispetto?
R. A volte mi fanno arrabbiare, ma anche ridere, perché vedo che la loro superficialità di affrontare un fenomeno del genere è veramente inaccettabile. Spesso per loro l’immigrato è la persona che ha bisogno solo di cibo e vestiti… la dignità non conta.
 
C. Regalaci la foto di un momento in cui ti sei sentita felice…
R. I momenti belli della mia vita sono tanti e sono insieme con la mia famiglia. Non posso regalarvi una foto visto che i miei figli sono minorenni e io ci tengo molto a loro.

Grazie Ridi.
                                                                                                          

E-mail del 9.3.2011

C. Ridi, non ricordo più come ci siamo conosciute: vorrei scriverlo nell'intervista. Mi piacerebbe anche che mi spiegassi il significato del detto: Guri i rende peshon ne vend te vet!, che hai tradotto “La pietra pesante, pesa al suo posto!”

R. Io ti ho conosciuta tramite un tuo scritto... non mi ricordo, forse da qualche amico in comune... ma mi sei molto piaciuta e ti ho mandato l'invito su facebook.
Il significato del detto lo spiego anche in un mio articolo che ho pubblicato su un giornale, te lo manderò. Si dice così quando una persona cambia posto e per essere conosciuta, rispettata e voluta bene deve fare un segno nel posto dove è, praticamente deve passare tanto tempo. Fai la prova: prendi una pietra o un sasso che sono stati sempre in un posto e spostali, vedrai che per fare un segno così profondo ci vorrà tanto tempo. Questo detto casca a pennello su di me. Un abbraccio GRANDE. Ridi.